giovedì 30 marzo 2017

La Marcia della fame e la Questione fortorina

Un momento della marcia
Il 14 aprile 1957, dopo una serie di infruttuosi scioperi, alcune centinaia di disoccupati del Fortore, stanchi della loro miseria, decisero di attuare una clamorosa forma di protesta: andare a piedi fino a Roma ad urlare il proprio dolore e la propria disperazione sotto le finestre di Montecitorio.


Fu «l'ultimo atto della tragedia del vecchio Fortore», come lo ha definito Gianni Vergineo.

I dimostranti non arrivarono mai a destinazione. Partiti a piccoli gruppi da diversi centri dell’Alto Fortore, furono bloccati dalle forze dell’ordine a 30 km dalla partenza, nei pressi del cimitero di San Marco dei Cavoti. Bloccati, malmenati, arrestati e schedati come delinquenti comuni.

Dei protagonisti di quella triste vicenda, che vide la partecipazione di molte giovani donne, pochissimi sono ancora in vita. I figli di quella generazione di coraggiosi, oggi anziani, ne conservano solo un ricordo sbiadito. Il fatto è quasi totalmente ignorato dalle giovani generazioni.

Se è vero ciò che ha detto Adolfo Perez Equivel, che «quando è difficile capire dove si sta andando è necessario voltarsi indietro per sapere da dove si viene», non possiamo non sentire l'urgenza di tornare a parlare di questo episodio.

E' per questo motivo che l'Istituto "Medi-Livatino" di San Bartolomeo in Galdo, in collaborazione con alcune Associazioni del territorio, ha deciso quest'anno di organizzare due eventi per celebrare il 60° anniversario della "Marcia della fame". 

Con un gruppo di studenti dell'ultimo anno, abbiamo ascoltato la voce dei testimoni e cercato negli archivi delle biblioteche e delle emeroteche locali ricordi e documenti che ci consentissero di ricostruire più o meno oggettivamente i fatti avvenuti

Ne è venuto fuori un lavoro importante, che speriamo possa costituire la base per approfondimenti futuri e, soprattutto, il punto di partenza per un rilancio della "questione fortorina".

Quella del '57 non fu certamente una rivoluzione. Non lo fu nei fatti, né nelle intenzioni. Quegli uomini e quelle donne, armati solo della loro gioventù segnata dalla miseria, si misero in strada alle primissime luci dell'alba, in quella piovosa giornata di aprile, per andare fino a Roma a rivendicare il loro diritto ad esistere. Non chiedevano la terra i "lavoratori" del Fortore. Qui, a differenza che in altre, più "calde", zone del Sud Italia, «non si sono mai registrati fatti di occupazione di terre incolte (Vergineo)». 

La grande riforma agraria del 1950 non toccò neppure i pochi, grossi proprietari terrieri che concentravano nelle loro mani la maggior parte delle terre. Anzi, «il numero dei piccoli possessori era piuttosto rilevante». 

Ma gli esigui appezzamenti di terreno coltivabili, in un territorio in buona parte arido, non bastavano neanche a garantire la sopravvivenza. Così ci si arrangiava per buona parte dell'anno con piccoli lavori stagionali. 

I 500, forse 600, disperati che partirono quella mattina alla volta della Capitale, guidati dai dirigenti locali e provinciali della CGIL e del Partito Comunista, intrapresero il loro viaggio della disperazione per chiedere solo pane e lavoro. Se visto, dunque, nel contesto generale delle lotte e delle rivolte contadine del secondo dopoguerra nell'Italia meridionale quello della "Marcia della fame" del 1957 nel Fortore è solo un piccolo, marginale episodio. 

Ma se proviamo ad osservarlo dall'interno di questo territorio dimenticato ("dall'osso", come direbbe Manlio Rossi Doria) e lo leggiamo alla luce di tutto quello che di drammatico c'è stato dopo (promesse non mantenute, emigrazione emorragica, spopolamento progressivo, isolamento) quel piccolo episodio acquista una valenza simbolica straordinaria e diventa un atto paradigmatico e profetico nella sua inane drammaticità.

Recuperarlo alla memoria e ripartire da lì con rinnovato senso di responsabilità obbliga noi adulti (genitori, educatori, amministratori) ad un duplice dovere: il primo, verso quegli uomini e quelle donne che non si tirarono indietro quando fu chiesto loro di reagire e di provare a cambiare un destino che inesorabilmente li condannava ad una non esistenza; il secondo, verso le nuove generazioni che, pur crescendo e vivendo in un mondo sempre più globale, "liquido", instabile, hanno comunque bisogno di sentirsi radicati in una storia e in un luogo. 

La nostra piccola sfida è questa: provare ad unire, come ci invita a fare lo scrittore portoghese Josè Saramago, MEMORIA e RESPONSABILITA' in uno stesso grande discorso che, recuperando un episodio del nostro recente passato, troppo superficialmente dimenticato e rimosso, ci consentirà di affrontare i problemi del presente con più consapevolezza e maggiore determinazione.

(Tratto dalla pagina Facebook dedicata alla marcia)

P.S: Si ringrazia il prof Emanuele Troisi per aver messo a disposizione i fotogrammi, estrapolati dal famoso documentario girato 19 anni dopo la marcia da Ugo Gregoretti in occasione del murales realizzato dallo storico gruppo cileno Gli Intillimani a San Bartolomeo in Galdo.

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