venerdì 16 gennaio 2015

UN FORTORE DA SCOPRIRE, IL FORTORE DI DOMANI

(Tratto dal blog Liminaria) La motivazione che ci ha spinti a tornare è quella di cercare nel nostro piccolo un’alternativa, un cambiamento di rotta, nuove soluzioni che abbiano un’ombra lunga sul futuro, che possano un giorno diventare buone pratiche diffuse. Adesso questo posto ci suggerisce un futuro costruito con le nostre mani…

Lentamente il Fortore.
Lentamente siamo ritornati.

Ognuno percorrendo la propria strada.
Ognuno arricchito da un bagaglio di esperienze fatte altrove.

Dopo anni passati lontano abbiamo guardato la nostra terra con occhi nuovi.
Non era più la terra vuota che ci ha spinto ad andare lontano per cercare quello che qui mancava.
La terra che un tempo vedevo isolata oggi è una terra incontaminata, dove un tempo vedevo arretratezza oggi vedo antichi saperi da preservare.

Nella ricerca di posti che sembravano offrire maggiori possibilità di formazione e occupazionali abbiamo avuto anche la possibilità di vedere più da vicino le contraddizioni di questa società e dei nostri stili di vita.

Troppo spesso il fattore economico è considerato l’aspetto più importante al punto da rendere accettabile scelte e abitudini che vanno a discapito dell’ambiente e della nostra salute sia fisica che psicosociale. La motivazione che ci ha spinti a tornare è quella di cercare nel nostro piccolo un’alternativa, un cambiamento di rotta, nuove soluzioni che abbiano un’ombra lunga sul futuro, che possano un giorno diventare buone pratiche diffuse.

Adesso questo posto ci suggerisce un futuro costruito con le nostre mani.

Un futuro fatto di sperimentazione di nuove pratiche agricole e di recupero di vecchie pratiche rispettose dell’ambiente, della persona, della società.

Questo posto è il terreno fertile da cui nasce l’idea di mettersi insieme per provare, lentamente, a trovare una strada che porti in un posto migliore, il Fortore di domani.

Nasce così la Società Cooperativa Agricola Lentamente.
Il nostro motto è composto da una singola parola: “sostenibilità”.

Sostenibilità ambientale, economica e sociale.

Per sostenibilità ambientale intendiamo la ricerca sul campo di pratiche agricole alternative a quelle diffuse oggi che hanno un notevole impatto sulla natura per l’uso di composti chimici (fertilizzanti, pesticidi, diserbanti, eccetera) che, anche se permettono raccolti quantitativamente maggiori, questo risultato va a discapito dell’ambiente, della qualità dei prodotti ed ha importanti ripercussioni anche da un punto di vista economico dato che rende dipendenti gli agricoltori dall’acquisto di tali prodotti chimici. L’immagine di una foto di mio padre che nuotava sotto la cascata ripa di San Marco dei Cavoti testimonia quanto il progresso, come è stato inteso da allora ad oggi, abbia avuto delle ripercussioni sull’ambiente. A vederli adesso quei posti non ispirano certo una nuotata.

Per sostenibilità economica intendiamo la ricerca di pratiche agricole che oltre a rispettare l’ambiente e la genuinità dei prodotti siano anche remunerative abbastanza da poter fare a meno delle sovvenzioni e dei finanziamenti che oggi sono necessari per far sopravvivere le piccole aziende agricole ma che gravano sui conti dello stato e quindi della società intera.

Infine, per sostenibilità sociale intendiamo che la terra non solo ha le potenzialità di offrire nuova occupazione, ipotesi confermata dai dati sull’occupazione degli ultimi anni, ma anche che sia adatta a nutrire il tessuto sociale a livello delle relazioni tra le persone. Il lavoro nei campi di un tempo rendeva necessario un rapporto di collaborazione tra più persone anche se oggi quasi tutti i lavori sono meccanizzati e l’aspetto aggregativo va scemando. Inoltre il contatto con la terra rimanda ad un contatto con noi stessi, un contatto profondo, portatore di equilibrio e benessere.

Iniziamo ad approfondire le nostre conoscenze sulla biodinamica, sulla permacultura, sugli orti sinergici, sul riconoscimento delle piante spontanee, abbiamo iniziato a coltivare grano antico, orzo distico e canapa.

Tutte queste attività ci hanno permesso di entrare in contatto con una grande quantità di persone, associazioni, enti che sono in sintonia con i nostri intenti. Con sorpresa abbiamo scoperto che nel territorio già prima di noi molte altre persone si sono interessate a questi temi. Credo che un processo di trasformazione sociale sia già in atto anche se può essere non facilmente visibile ad occhi distratti.
La collaborazione con più realtà possibili ci ha arricchito profondamente e dopo un anno forse non abbiamo ancora apportato un reale contributo al cambiamento di questo territorio, ma una cosa è cambiata di certo: il modo in cui oggi vedo il Fortore.

Lentamente ho scoperto che il Fortore ha ricchezze nascoste che aspettano di essere svelate.
Lentamente il Fortore.

Giulio Michele – Società cooperativa agricola “Lentamente”

mercoledì 14 gennaio 2015

QUATTRO PASSI VERSO LA LIBERTA'

di Antonio Gentile*

Le ultime decisioni dello Stato italiano, che aprono a ulteriori trivellazioni nelle regioni del Sud, in particolare in Basilicata e Sicilia, confermano il ruolo coloniale del Meridione e, dunque, l’impossibilità delle popolazioni locali di opporsi a quest’ennesimo selvaggio sfruttamento dei propri territori.

E’ ben evidente, considerando poi il degrado generale in cui vive, oramai, tutto il Mezzogiorno, che si è giunti ad un punto di non ulteriore tolleranza. Servono iniziative politiche e strumenti istituzionali fortemente innovativi che creino le condizioni ideali per una trasformazione radicale del ruolo del Sud a livello nazionale ed europeo.

La questione decisiva, la chiave per determinare una cascata di innovazioni è l’auto-riforma politico-istituzionale, l’invenzione delle proprie istituzioni di autogoverno con il profilo e la dignità di relazioni costituzionali. Dunque, la rivoluzione politica prima di quella economica, la creazione della propria libertà politica, la istituzionalizzazione libera di relazioni federali ascendenti.

Cioè la rivoluzione del nuovo federalismo come fine della subordinazione gerarchica del Mezzogiorno, fine di quel modello statale centro-periferia che ci ha consegnati e confinati in una periferia degradata dell’Impero e che ha funzionato da causa-effetto di tanti problemi, diseconomie distruttive, deficit civile.

L’obiettivo a cui guardiamo è un processo autodeterminato di creazione di una “Comunità politica” del Sud Italia, iniziativa senza precedenti nella storia meridionale, ma semplicemente più adeguata agli scenari geopolitici del nuovo millennio e alla crescente domanda di libertà che sta emergendo nelle popolazioni del Mezzogiorno. Lo Stato meridionale nella sua lunga storia ha avuto le caratteristiche di una “comunità politica” originato da un’azione di conquista e, quindi, per sua natura, accentrato, autoritario, paternalistico.

Tale e più dura è stata l’unificazione italiana che si è conclusa con la conquista dell’esercito regolare piemontese-italiano. Un Mezzogiorno conquistato che ne riceve un centralismo brutale e devastante. Nessuna decisione costituente coinvolse, tra l’altro, una rappresentanza del popolo meridionale. L’analisi storica più recente ci dice che è in atto una trasformazione epocale di portata mondiale e, soprattutto, europea e ci ricorda che dopo l’89-’91, con la caduta del Muro di Berlino e della politica bipolare, è cambiato il mondo. Si ha, in pratica, lo sgretolamento di un lungo periodo storico che andava avanti dalla Rivoluzione Francese.

L’omogeneizzazione unitaria delle pluralità e particolarità che ha retto fino a un certo punto del dispiegamento della rivoluzione industriale e della modernità dell’800 e prima metà del ’900, oggi, nell’epoca della “rivoluzione del silicio”, non può più reggere e declina progressivamente insieme al concetto dello Stato nazionale. Cambiano i valori di riferimento, le diversità, le culture locali, le individualità e le aree territoriali riprendono la scena e richiedono rispetto, titolarità di diritti e poteri.

Lo Stato moderno non può più governare l’insieme delle particolarità. E’ necessario un sistema politico nuovo per conservare le aree territoriali con le loro peculiarità. Ed è qui che si inserisce la rivoluzione federalista che emerge nell’epoca post-moderna come un’importante tentativo per conciliare il crescente e diffuso desiderio delle popolazioni di mantenere e recuperare i vantaggi delle comunità politiche di più ridotte dimensioni con la necessità di adattarsi in dei sistemi sempre più grandi, allo scopo di mantenere e rafforzare la propria particolarità culturale. Il federalismo, ricordiamolo, è stato inventato più di tremila anni fa nel bacino del Mediterraneo.

Bisogna, però, rendersi conto che il federalismo di Cattaneo, di Gioberti e altri rappresenta il passato ed è alle nostre spalle. Il vecchio federalismo ottocentesco muoveva da una pluralità e cercava tramite un foedus, un patto, di costruire l’unità ed è stato strumento per costruire lo stato unitario. Il nuovo federalismo, che noi sosteniamo, rappresenta invece il rovescio di quello tradizionale, basandosi non su un patto politico di fedeltà ma su un contratto. Uno strumento politico fortemente innovativo che potrà offrire al Mezzogiorno la possibilità di sottrarsi alla omogeneizzazione unitaria recuperando libertà e titolarità di diritti e poteri.

*Presidente del movimento politico-culturale L'AltroSud
(Il commento è tratto da "il Brigante" magazine
)

lunedì 12 gennaio 2015

Viabilità nel Fortore, quella delibera del 1873

Postiamo un interessante articolo di Leonardo Bianco apparso sul sito www.sanbartolomeaninelmondo.it

Negli ultimi mesi del 2014 le cronache del Fortore sono state caratterizzate dalle vicende legate alla viabilità e soprattutto della strada Fortorina. Tutto è iniziato con l’annuncio di fine agosto del sottosegretario Umberto Del Basso De Caro.
Il parlamentare sannita del Pd aveva comunicato che nel decreto del governo Renzi, denominato “Sblocca Italia”, erano stati inseriti i fondi per il prolungamento della Fortorina, che attualmente si ferma a San Marco dei Cavoti.

Una notizia che ha risvegliato le speranze dei cittadini fortorini che da sempre sognano una strada degna di questo nome che li avvicini al capoluogo sannita. La macchina dei proclami e delle esternazioni si mette subito in moto, ma la sorpresa è dietro l’angolo. L’Anas, infatti, fa sapere che il progetto finanziato con il decreto “Sblocca Italia” riguarderà la variante al centro abitato di San Marco dei Cavoti. Costo del progetto 47,6 milioni di euro. Con i restanti 13,4 milioni l’azienda autostradale adeguerà due tratti dell’ex Statale 369 che vanno da San Bartolomeo in Galdo a Foiano di Valfortore. L’ennesima doccia gelata per il Fortore che è costretto ad assistere all’ennesimo scippo nel silenzio imbarazzante della quasi totalità dei suoi amministratori.

Le uniche voci che si levano sono quelle del sindaco di Molinara, Giuseppe Addabbo, e del vice sindaco di San Bartolomeo, Lina Fiorilli. Quest’ultima riesce anche a strappare un incontro con il sottosegretario Umberto Del Basso De Caro nel suo comune e al quale, l’8 dicembre, hanno partecipato anche gli amministratori dei comuni limitrofi.

Qui la rassicurazione da parte del parlamentare sannita che il progetto di completamento della Fortorina, fino e oltre San Bartolomeo in Galdo, sarà inserito nell’agenda del governo Renzi. Tutto questo mentre il 14 novembre si inaugurava definitivamente la variante della Statale 212 che da Benevento arriva a San Marco dei Cavoti. Questa la storia recentissima della Fortorina e della viabilità del Fortore. Una storia però che ha origini molte più lontane.

La questione viabilità per San Bartolomeo in Galdo e i comuni limitrofi nasce con l’Unità d’Italia. Ci sono atti e documenti che dimostrano come gli amministratori locali facevano voti alle istituzioni provinciali e nazionali del nuovo Regno per ottenere una strada che togliesse dall’isolamento il Fortore. Tra questi una lettera datata 30 novembre 1873, firmata dall’allora sindaco di San Bartolomeo in Galdo, Bartolomeo Crialese, il quale scriveva ad un deputato sannita del Parlamento del Regno d’Italia,
il maggiore senatore Federico Torre: “E’ purtroppo nota, come è deplorevole la condizione di questi cittadini pel difetto assoluto di ogni mezzo di comunicazione. A fronte di un bisogno così imperioso, il municipio di San Bartolomeo in Galdo non ha mai cessato dal piatire ed insistere, invocando la provvidenza a che l’iniziata strada provinciale di Valfortore avesse pure una volta il suo corso e il suo completamento per il benessere dei numerosi popoli della florida e insieme abbandonata Valle del Fortore”. Queste le parole con le quali, già un secolo e mezzo fa, un amministratore fortorino invocava i diritti di una terra che ancora oggi aspetta risposte. Una lettera nella quale il primo cittadino sembra quasi elemosinare l’intervento e l’impegno del parlamentare. Una missiva che arriva qualche mese dopo che lo stesso sindaco Crialese aveva convocato un consiglio comunale nel quale per far voti al Ministero dei Lavori Pubblici “per lo completamento della strada da Benevento fino all’Appulo-Sannita”.

Nell’atto deliberato dall’assise comunale si lamentava i ritardi con i quali procedevano i lavori della costruzione della strada della Valfortore. Nel documento si legge: “Sono passati 12 anni e più e le aspirazioni dei cittadini di San Bartolomeo in Galdo non hanno peranco raggiunto il desiato scopo imperoché questo comune, per una di quelle inspiegabili fatalità, resta ancora isolato e conseguentemente privo di tutti gli immensi vantaggi derivanti dall’agevolazione dei transiti e del commercio. Dopo 12 anni, quando già da e per ogni dove sursero per incanto ferrovie e reti stradali, soltanto questo comune deve sentirne ancora il bisogno e più imperioso che prima per ragioni di civiltà progredita. Eppure i cittadini di San Bartolomeo in Galdo sono figli anch’essi della Gran Madre Italia e se con lei dividono i dolori hanno diritto altresì di partecipare alle sue gioie […]”.

Una delibera che è innanzitutto un attacco alla Provincia di Benevento che ignora le continue richieste del capoluogo di circondario per la realizzazione di una rete viaria che la liberi dall’isolamento e che permetta lo sviluppo economico e sociale del territorio. Un voto al Ministero dei Lavori Pubblici affinché finalmente il Fortore e San Bartolomeo potessero vedere attuati gli stessi diritti del resto dell’Italia. Un secolo e mezzo fa come oggi dunque. Il Fortore ad invocare ed elemosinare diritti e le istituzioni provinciali e statali a continuare ad ignorare tali diritti. Poco più di un mese fa, dopo che in questi ultimi 70 anni di storia repubblicana il Fortore ha continuato ad aspettare risposte e soluzioni ai suoi remoti problemi, le parole del sottosegretario hanno aperto nuove speranze. Speranze che potranno trovare riscontro nelle prossime settimane. L’attuale sindaco di San Bartolomeo in Galdo, Gianfranco Marcasciano, infatti, attraverso gli organi di stampa ha fatto sapere che a metà gennaio (in questi giorni) avrebbe convocato il tavolo tecnico con i responsabili dell’Anas e con gli amministratori dei comuni fortorini per fare un primo punto sul progetto al quale l’Anas (forse) sta lavorando. Da questo tavolo ci aspettiamo di conoscere come, dove e quando tutto questo verrà realizzato. Noi saremo qui a vigilare, a capire e se necessario a spronare. Crediamo che sia nostro dovere farlo, anche perché dopo 150 anni forse è arrivato il momento che le cosa si facciano e non si annuncino…

P.S. Per onor di cronaca (di storia) vogliamo ricordare che nella seduta del consiglio comunale del 28 aprile 1873, oltre al sindaco Bartolomeo Crialese, erano presenti: Liberato Braca, Pasquale Gabriele, Mattia Perlingieri, Vincenzo Colabelli, Raffaele Giannetta, Pasquale Grassi, Urbano Ziccardi, Samuele Monaco, Carlo Colatruglio, Domenico Braca, Angelo Catalano, Vincenzo Fiorilli, Leonardo Apicella, Luigi Vadurro, Giuseppe Rosa e Simone Reino. Gli assenti: Carlo Martini, Giuseppe D’Onofrio e Francesco Gabriele (consigliere dimissionario).
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